Perchè lavorare così è una gran bella idea
Andrea Fedeli, ingegnere, libero professionista, verificatore di soluzioni Hardware e Software.
A luglio di quest’anno (2016), mia moglie, iscritta alla newsletter di Sloworking, mi ha girato un bando per la sperimentazione di attività di coworking.
Io stavo per cominciare una fase di collaborazione con un cliente straniero che mi avrebbe consentito di lavorare per metà mese da casa, e avendo necessità di trovare un luogo di lavoro fuori dalle mura domestiche, ho colto l’occasione del bando, più per curiosità che per altro.
Premetto che avevo lavorato quasi tutto il 2014 da casa, a volte in uno spazio di passaggio, a volte in una camera a porta chiusa, ma quantunque positiva per il tempo che quella soluzione consentiva di dedicare all’iterazione con i miei figli, il bilancio dell’esperienza era stato complessivamente negativo, per diversi motivi: innanzitutto, lavorare da casa, per quanto comodo per la rapidità d’intervento sulle necessità familiari, comporta spesso interruzioni e distrazioni sovrabbondanti, con ricadute di ampiezza variabile sulla continuità di lavoro e conseguenti tempi di recupero; a ulteriore detrimento, sul medio periodo (colto, almeno da me, dopo circa un anno di lavoro in isolamento) la mancanza di compresenza in spazi condivisi con colleghi comporta, secondo le fasi di sviluppo che il progetto al quale si sta lavorando attraversa, tempi di soluzione per i problemi di piccola e media entità generalmente più lunghi di quelli sperimentati lavorando per anni in ufficio, per via del mancato scambio di idee che una pausa caffè, o anche solo due chiacchiere col vicino di scrivania in uno spazio di lavoro più tradizionale portano con sè: vari strumenti di interazione, primo su tutti Skype, consentono di ovviare al bisogno di recuperare rapidamente informazioni necessarie allo svolgimento dell’elaborato corrente o a superare impasse reiterate, ma l’interazione personale in situ, specie nelle fasi più creative, si rivela cruciale per la rielaborazione migliorativa delle proprie idee.
Tipicamente uno spazio di coworking risolve il primo aspetto, quello delle distrazioni non richieste, ma non offre grandi opportunità per affrontare il secondo, giacché le persone con le quali si condivide lo spazio sono più interessate a sfruttare la mancanza di distrazioni che non a condividere il contenuto del proprio lavoro, per non dire del fatto che spesso i coworker sono liberi professionisti che agiscono in ambiti lavorativi affini e, per una forma di autotutela sulla quale molto ci sarebbe da dire, tendono a non condividere più di tanto informazioni sul proprio operato.
L’ambiente dello Sloworking, invece, si è rivelato completamente diverso: innanzitutto la presenza femminile è predominante, cosa che per ragioni di selezione di genere culturalmente indotte dal mio ambito lavorativo ha costituito una novità significativa, e portato alla scoperta di una visione prospettica affatto diversa da quella alla quale il mondo del lavoro mi aveva sinora esposto; in più l’ampia varietà di ambiti lavorativi ha funzionato da stimolo, in diverse occasioni, per inquadrare le sfide del momento in un’ottica nuova, o alle volte semplicemente per avere l’occasione di venire esposto a problemi e soluzioni di natura ben diversa da quelli tipicamente legati al mio lavoro, benchè sempre naturalmente confinati ai momenti di pausa volontari e condivisi con gli altri co-worker in modo del tutto naturale, magari dopo un paio di ore intense di lavoro sul proprio pezzo.
Il 2017 alle porte mi darà ancora occasione di lavorare in remoto; se avrete modo anche voi di provare, ci troveremo allo Sloworking.
A presto!
Andrea.